Post n6: “La Buona Scuola” proposte su formazione permanente, merito e carriera

La prima cosa che mi sento di proporre è: prendiamoci del tempo. Non sono tematiche che si possano risolvere in due minuti. Ci vuole del tempo perché formazione permanente e valutazione del merito non possono funzionare se sono imposti dall’alto, funzionano soltanto se sono riconosciuti come necessari per soddisfare un bisogno reale di lavorare in qualità.

Il primo concetto che deve passare è che il mestiere di docente si fa in gruppo, in collaborazione, in “cooperazione”. Quindi è importante avere chiaro quali possono essere le cooperazioni fondamentali da incentivare:

  1. La cooperazione tra docenti della stessa classe per una linea didattico/educativa condivisa e per la creazione di percorsi interdisciplinari
  2. La cooperazione tra docenti della stessa disciplina per la condivisione e lo scambio di progetti e la verifica dell’efficacia delle proposte nei diversi contesti classe
  3. La collaborazione tra docenti della stessa scuola per migliorarla nel suo insieme e per progetti di interesse comune
  4. La collaborazione tra tutti i docenti secondo il modello di formazione permanente proposto da questo Rapporto:

“un modello incentrato sulla formazione esperienziale tra colleghi attraverso la creazione di una rete di formazione permanente tra docenti”.

 La prima cosa da fare è dunque creare i presupposti e le “infrastrutture” per incentivare queste collaborazioni. Alcune idee potrebbero essere:

 Un portale comune a tutte le scuole. Una piattaforma di incontro dove poter discutere e documentare la cooperazione. Un luogo dove i docenti della stessa classe siano chiamati a discutere e riportare le loro decisioni in merito alle proposte didattico/educative per la classe, e siano chiamati a valutare a più riprese il loro progetto sulla base dei risultati ottenuti con la classe aggiustando il tiro quando è necessario.  Un luogo dove dialogo e cooperazione possa avvenire a livelli diversi tra docenti delle stesse discipline o della stessa scuola. Un luogo che documenti ed incentivi la formazione esperienziale tra colleghi.
Si potrebbe formalizzare da subito la cooperazione tra docenti della stessa classe (che oggi avviene nei consigli di classe ma dove il grado di collaborazione per uniformare le proposte didattico/educative e per la programmazione interdisciplinare può andare indifferentemente  da 0 a 100) rendendo obbligatoria la documentazione di questo lavoro. Altri gruppi di collaborazione potrebbero essere via via formalizzati e resa obbligatoria la documentazione del lavoro svolto, mentre altre cooperazioni potrebbero essere facoltative e libere e sorgere secondo le esigenze e la volontà dei docenti. Del resto il portale messo in funzione dal ministero per la discussione del rapporto sulla buona scuola ci ha dimostrato che, quando si vuole, soluzioni tecnologiche valide ed efficienti si possono mettere in atto anche abbastanza velocemente!

 La documentazione delle competenze acquisite con l’apprendimento formale. I percorsi formali di formazione ai quali i docenti possono partecipare per l’aggiornamento continuo (frequenza di corsi, laboratori seminari ecc.) oltre che essere documentati come sempre succede dagli attestati, dovrebbero essere condivisi con gli altri docenti dei gruppi di collaborazione e dovrebbe essere documentata l’applicazione delle competenze acquisite nel lavoro del docente.   

 Con questi strumenti il portfolio del docente sarebbe di più facile compilazione e soprattutto comprovabile.

 Queste cose, sia pure introdotte gradualmente, aumentano rispetto ad oggi gli oneri richiesti al docente nel suo lavoro ma sono necessari per il miglioramento della qualità della nostra scuola.
Allora valutiamo l’impegno che ogni docente mette nell’ottemperare a questi oneri non in maniera formale ma collaborativa.

Valutiamo l’impegno piuttosto che il merito. E premiamo l’impegno.

L’impegno piuttosto che il merito perché:

  1. Ogni docente parte da un livello diverso che dipende dal suo contesto lavorativo e dalle possibilità che ha avuto fino ad oggi per progredire
  2. Premiare l’impegno significa premiare il percorso fatto al di là della grandezza dell’obbiettivo raggiunto
  3. L’impegno è più facilmente documentabile del merito
  4. La valutazione del merito prevede la formulazione precisa del metro di giudizio, l’identificazione dei valutatori, il controllo dei valutatori. Dietro alla valutazione del merito si aggira sempre lo spettro dell’iniquità.

 E’ preferibile premiare l’insegnante mediamente bravo che si impegna a migliorare il suo lavoro o quello che invece di impegnarsi si sposta in una scuola con insegnanti “peggiori” di lui?
Io premierei il primo mentre così com’è il rapporto sulla buona scuola premierebbe il secondo. Io premierei l’impegno mentre il rapporto sulla buona scuola premia il “livello di meriti raggiunti” in comparazione con i colleghi.

 E se tutti si impegnano perché premiare soltanto il 66%? E se nessuno si impegna perché premiare comunque il 66%?
Io premierei tutti nel primo caso e nessuno nel secondo. E’ ovviamente una situazione paradossale che vuole mettere in evidenza la rigidità del rapporto sulla buona scuola che sceglie comunque un 66% di meritevoli contro un 33% di non sufficienti.

Questa suddivisione 66-33% è assurda e a mio avviso dettata soltanto da problemi di risparmio di fondi. Ma, come dice il rapporto fin dall’inizio, i fondi si devono trovare, e sono un investimento per il paese non una spesa!

 Se questo sistema di lavoro cooperativo e di gruppo ingrana quali potranno essere  i “meriti” da evidenziare in futuro? Per esempio quelli di aver progettato, sperimentato e vagliato metodologie didattico /educative innovative ed efficaci per risolvere determinate problematiche presenti nelle nostre scuole (integrazione degli studenti stranieri, inclusione degli alunni diversamente abili nel progetto didattico /educativo della classe, valorizzazione delle potenzialità dei singoli studenti all’interno del gruppo classe ecc) Questi saranno metodi di un gruppo e non di un singolo e si potrà decidere di premiarli oltre l’impegno.

 Mi fermo a questo pochi spunti precisando che sono idee di una persona che vede il sistema scuola dall’esterno e che cerca soltanto di alimentare costruttivamente la discussione. Anche con i commenti su questo blog.

 

Annunci

Post n.5 “la Buona Scuola” Formazione permanente e Carriera dei docenti

Sarà un post piuttosto lungo perché qui si entra nel vivo di un dibattito tanto annoso quanto acceso e controverso nell’ambiente della scuola. Gli oggetti del contendere sono sostanzialmente due

  • Formazione permanente
  • Valutazione del merito

Dico subito che, sebbene prima di tutto sia necessaria una loro chiara ed inequivoca definizione, entrambi mi sembrano ingredienti essenziali per la qualità della scuola.
E dico anche che in questo caso il Rapporto del governo, a mio avviso, inizia con il piede giusto ma finisce per prendere la strada sbagliata.

Per prima cosa si propone una CODIFICA DELLE COMPETENZE dei docenti nei vari stadi della carriera, alla quale fare riferimento per progettare sia la formazione permanente che la valutazione del merito. Giusto. Per poter raggiungere la qualità quest’ultima va prima definita con chiarezza.
Peccato che qui si diano soltanto dei cenni piuttosto generici anche se condivisibili su cosa “ci si aspetta” da un docente: “ che insegni modi di pensare (creatività, pensiero critico, problem-solving, decision-making, capacità di apprendere), metodi di lavoro (tecnologie per la comunicazione e la collaborazione) e abilità per la vita e per lo sviluppo professionale nelle democrazie moderne” lasciando la vera e propria CODIFICA DELLE COMPETENZE ad un gruppo di esperti del settore che lavoreranno per tre mesi. In compenso, anche senza lo strumento essenziale della CODIFICA, si danno successivamente tutta una serie di regole per l’acquisizione dei crediti e per la valutazione del merito che lasciano poco spazio a discussioni e proposte.

FORMAZIONE PERMANENTE
Per quanto riguarda questo argomento alle pagine 46 e 47 del Rapporto si enunciano gli scopi e si definisce il modello da seguire per effettuare la formazione permanente ed obbligatoria.

Gli scopi della formazione permanente
Qualificare la professionalità dei docenti offrendo l’opportunità di:

  • continuare a riflettere in maniera sistematica sulle pratiche didattiche
  • intraprendere ricerche
  • valutare l’efficacia delle pratiche educative e modificarle
  • valutare le proprie esigenze in materia di formazione
  • lavorare in stretta collaborazione con i colleghi, i genitori, il territorio.

Mi sembrano scopi ben definiti e improntati a migliorare la qualità della didattica. Vorrei soffermarmi in particolar modo sul secondo e sull’ultimo punto.
Intraprendere ricerche. Sembra qualcosa di generico ed astratto rispetto al lavoro dell’insegnante ed invece è molto concreto e, a mio parere, fondamentale. Perché la scuola è l’unico luogo dove veramente si possano intraprendere ricerche in campo didattico. La ricerca è di per sé sperimentazione e la didattica  si sperimenta a scuola e non nei corsi di formazione. L’insegnante per svolgere bene il suo lavoro è tenuto a fare costantemente questo tipo di ricerca, a provare metodologie didattiche diverse, a costruirne di nuove in dipendenza dal contesto, e a fare tutto ciò in collaborazione con gli altri docenti.
Lo fanno già tutti i giorni, nelle aule delle nostre scuole, i molti bravi docenti che abbiamo.
Inserire questo punto negli scopi della formazione permanente DEVE significare che questo lavoro va riconosciuto e valorizzato trovando le modalità più opportune per poterlo testimoniare, condividere e certificare come uno dei più importanti momenti di formazione permanente. E introdurlo come elemento certificabile di formazione permanente significa incentivare tutti ad intraprenderlo come “buona pratica professionale”.
Lavorare in stretta collaborazione con i colleghi, i genitori, il territorio. Quest’ultima affermazione indica chi debbano essere gli interlocutori del docente nel suo percorso formativo permanente: i colleghi perché il lavoro del docente nella scuola non può prescindere dalla collaborazione con gli altri docenti, il territorio perché questo integra e contestualizza l’offerta formativa, ma anche i genitori, perché? Io credo che i genitori non debbano essere chiamati in causa sulle scelte didattiche perché non è questo il loro mestiere, ma sulle scelte educative sì. Quindi i genitori perché l’insegnante deve saper condividere con le famiglie il “patto educativo” e trovare strategie comuni e condivise per portarlo avanti.

 Il modello della formazione permanente
In questo Rapporto si propone un modello veramente innovativo per la formazione permanente “un modello incentrato sulla formazione esperienziale tra colleghi attraverso la creazione di una rete di formazione permanente tra docenti”.
Formazione esperienziale significa proprio la valorizzazione di quel continuo lavoro collaborativo di ricerca didattica dell’insegnante a cui accennavo poco sopra.
Gli elementi fondanti di questo modello vengono esplicitati in:

  • attribuzione di un ruolo centrale ai docenti nella formazione stessa
  • valorizzazione delle associazioni professionali dei docenti
  • formazione di reti di scuole e di reti regionali
  • ruolo cruciale all’interno delle singole scuole attribuito agli “innovatori naturali”

Chi sono questi innovatori naturali? Mettere un termine come questo in un Rapporto che prelude ad una riforma non ha molto senso perché in questi contesti ogni figura dovrebbe essere definita o definibile inequivocabilmente.
Per contro gli “innovatori naturali” sono figure realmente esistenti in ogni contesto professionale: sono le persone più capaci di rompere gli schemi ed introdurre le novità con più forza veicolandole verso i colleghi. In genere sono proprio gli stessi colleghi ad attribuire loro un ruolo di punta e a tenere in considerazione le loro capacità innovative. Ecco, se mai si dovesse “istituzionalizzare” la figura dell’innovatore naturale penso che gli unici autorizzati a decidere chi possa essere un “innovatore naturale” debbano essere i tutti i colleghi nel loro insieme. Altrimenti non funziona.
Infine nel rapporto si pone l’attenzione sulla necessità di “formare i docenti al digitale”. Va detto che per far questo sono necessari gli strumenti: una rete veloce che funzioni e che raggiunga tutte le scuole, cosa che viene prima di tutte. Ma mi sembra importante sottolineare che la formazione dei docenti al digitale deve servire soprattutto per impossessarsi di quelle modalità di lavoro in rete che sono state individuate come modello di lavoro per la formazione permanente. Deve servire per superare la rete territoriale di scuole e per dare ai docenti gli strumenti di comunicazione adatti a  condividere le loro esperienze su tutto il territorio. Comunicare in rete e condividere devono divenire i paradigmi fondamentali della professione docente. Solo allora il docente potrà (e sarà naturalmente portato a farlo) applicare con successo questi stessi metodi alla didattica nelle aule.

VALUTAZIONE DEL MERITO e SCATTI STIPENDIALI
A questo punto il rapporto continua con la proposta di una totale revisione dello status giuridico del docente dove la carriera e gli scatti stipendiali non siano più legati all’anzianità ma al merito.
Si propone l’istituzione di un SISTEMA DI CREDITI “documentabili, valutabili, certificabili e traparenti” che arricchiranno il PORTFOLIO PUBBLICO di ciascun docente, avranno “un peso diverso” (vagliato da un nucleo di valutazione interno ad ogni scuola integrato da un membro esterno) e saranno volti:

  • al miglioramento della didattica CREDITI DIDATTICI
  • alla propria qualificazione professionale CREDITI FORMATIVI
  • alla partecipazione al progetto di miglioramento della scuola CREDITI PROFESSIONALI

Queste sono definizioni molto generiche e soprattutto nulla si accenna riguardo ai criteri di valutazione di questi crediti. Qui invece varrebbe la pena soffermarci a discutere e pianificare.
Le uniche cose chiare sono che:

  • La valutazione non sarà fatta a livello nazionale ma dai singoli nuclei di valutazione delle singole scuole e quindi non sarà uniforme
  • Il portfolio pubblico, consultato dai dirigenti scolastici, servirà loro per poter “scegliere le migliori professionalità per potenziare la loro scuola”

Entrambe le cose, le uniche così chiaramente espresse, sono estremamente preoccupanti perché introducono disparità di trattamento la prima e un eccessivo potere discrezionale del dirigente la seconda.
Ma veniamo ai meccanismi di attribuzione degli scatti stipendiali che invece sono definiti con estrema dovizia di particolari. Intanto si dice che tale meccanismo “non si fonderà più soltanto sull’anzianità, ma soprattutto sull’impegno e sul contributo dei docenti al miglioramento della scuola in cui lavorano” .
Contrariamente a quanto annunciato invece la progressione per anzianità scompare del tutto, da subito e precisamente dal 1 settembre 2015 (tranne per chi andrà in pensione tra meno di 3 anni). Il meccanismo proposto per gli “scatti di competenza” è così riassumibile:

  • Gli scatti avverranno ogni 3 anni ad anni fissi per tutti (procedimento battezzato come “aspettare e prendere l’onda”) ed il primo scatto avverrà alla fine del 2018
  • Saranno premiati il 66% dei docenti mentre il 33% rimarrà al palo
  • La suddivisione tra premiati e non verrà fatta non a livello nazionale ma all’interno di ogni singola scuola o rete di scuole. Questo viene definito come l’aspetto più importante (pag. 58)

Le risorse per questa operazione invece semplicemente non ci sono perché in sintesi si dice:

  • le risorse saranno quelle già previste per gli scatti stipendiali del vecchio sistema che verranno ridistribuite in maniera diversa e cioè andranno soltanto al 66% dei docenti
  • i soldi che lo stato risparmierà mantenendo bloccati per tutti gli scatti stipendiali fino al 2018 saranno “utilizzabili anche per una stabilizzazione del fondo di Miglioramento dell’Offerta Formativa MOF destinato a remunerare anche le attività aggiuntive dei docenti in favore degli alunni”

Tale fondo è quello che serve per il meccanismo accessorio e variabile di incentivazione dello stipendio svolgendo ore di attività aggiuntiva per la scuola per lavorare su progetti legati alle funzioni obbiettivo o per competenze specifiche (BES, valutazione, POF,  orientamento, Innovazione Tecnologica).

La prima cosa che mi viene  da dire è: MA STIAMO SCHERZANDO?

Con che faccia è possibile chiedere ai docenti di impegnarsi a rivalutare il loro ruolo e migliorare la loro professionalità (cioè lavorare di più e meglio)

  • senza proporre un aumento dello stipendio base ?
  • imponendo il blocco dello stipendio per altri 3 anni ?
  • proponendo un sistema di scatti stipendiali a costo zero ?
  • prefigurando meccanismi di valutazione che li metteranno in competizione tra loro all’interno della singola scuola anziché incentivare la collaborazione ?

 DOVE SONO FINITE LE PREMESSE INIZIALI DI QUESTO RAPPORTO CHE STABILIVANO LA NECESSITA’ DI STANZIARE RISORSE PER LA SCUOLA E LE CONSIDERAVANO UN INVESTIMENTO PER IL PAESE?

 La seconda cosa che mi viene da dire è: MA STIAMO SCHERZANDO?

Come è possibile non rendersi conto che i meccanismi proposti sono in totale contrasto con quanto enunciato in precedenza sull’assoluta necessità di introdurre un modello di lavoro incentrato sulla condivisione di esperienze e competenze e sulla collaborazione tra colleghi ?
Come è possibile non considerare che introducono disparità e distorsioni?

 

“aspettare l’onda” introduce una disparità dipendente dall’anno di entrata in servizio che a mio avviso è improponibile. E semplicemente un sotterfugio per sottrarre risorse alla scuola.

Utilizzare come unità di riferimento per il calcolo del 66% la singola scuola introduce una disparità di valutazione improponibile perché non è sufficiente raggiungere un certo livello di crediti per essere premiati. Il premio non dipende dal merito ma dal contesto lavorativo.

Un tale meccanismo disincentiva la condivisione delle competenze e la collaborazione all’interno della singola scuola e cioè proprio dove tali pratiche sarebbero più necessarie e proficue.

Due parole infine sulla “mobilità orizzontale positiva”. Viene proposto come meccanismo di riequilibro della qualità delle scuole perché i docenti “mediamente bravi” dovrebbero spostarsi nelle scuole di scarsa qualità e contribuire a migliorale.

Mi sembra aberrante perché il concetto sottinteso è “io, mediamente bravo, invece di pensare a migliorarmi mi sposto dove la mia media bravura è già sufficiente a farmi emergere” Dove sta il meccanismo di incentivazione al miglioramento? Migliora davvero una scuola che accoglie docenti che non hanno voglia di sforzarsi a migliorare?
Senza pensare alle problematiche pratiche connesse alla mobilità che condizionano di gran lunga di più una decisione di questo tipo. Mi sposto io o tutta la famiglia? Quanto mi costa spostarmi, forse più dello scatto stipendiale? Come devo riorganizzare il mio quotidiano?

Per concludere la parte sulla valutazione del merito e sugli scatti stipendiali di questo Rapporto è da buttare via e riscrivere completamente, pena l’annullamento di tutto ciò che di positivo si è evidenziato fino ad ora. E qui devono fioccare le proposte concrete, bisogna scervellarsi. Perché criticare senza proporre non serve a nulla. Voglio dedicare il prossimo post alle proposte.

Post n. 4 “La Buona Scuola” : assunzioni, concorsi, abilitazione

LE ASSUNZIONI

La prima cosa che propone questo Rapporto è l’assunzione straordinaria di tutti i docenti iscritti alle GAE e quindi attualmente precari. Tutti insieme nel prossimo anno, il 2015. Sono circa 148.000 persone. Definirei questa come un’azione di tipo “strutturale” in senso lato. Perché effettivamente per fare la scuola ci vogliono gli spazi ma senza docenti non si va da nessuna parte.
Non sono dentro all’intricato sistema di questo precariato per cui non so rendermi conto se effettivamente questa operazione riesca a mettere fine a quello che viene definito il “precariato storico”, se considera tutti o dimentica qualcuno, se tratta tutti allo stesso modo o fa delle differenze. Spero nei vostri commenti per eventuali precisazioni.
Vista così questa mi sembra un’operazione non solo dovuta ma essenziale.
Per l’assunzione di tutte queste persone si pongono alcune condizioni:

  • Maggiore mobilità, accettare l’incarico in provincie diverse o anche regioni diverse
  • Maggiore flessibilità, accettare l’insegnamento anche di materie di classi di concorso affini alla propria, o di entrare a far parte dell’organico funzionale

Queste persone dovranno servire a

  1. Dotare la scuola di tutti i docenti di cui ha bisogno
  2. Mettere fine alle supplenze annuali
  3. Sopperire alle necessità per le supplenze brevi con l’organico funzionale
  4. Creare le condizioni per il tempo pieno nella scuola primaria
  5. Creare le condizioni per un ampliamento generale dell’offerta formativa

Ripeto: l’operazione mi sembra dovuta ed essenziale, niente da eccepire, e gli obbiettivi tutti giusti.

Da qui in poi si propone di tornare ad assumere SOLTANTO PER CONCORSO mantenendo invariato il numero di docenti ed assumendo in base al turnover che è previsto nell’ordine di 13-14000 docenti l’anno. Il primo concorso dovrebbe essere bandito già nel 2015 per il triennio 2016-2019.

IL CONCORSO.

Di questo si dice che
ci permetterà di selezionare migliaia di giovani, preparati, sintonizzati sul mondo globale di oggi (?), che hanno scelto l’insegnamento e la scuola non per il posto fisso o perché lo vedono come un lavoro meglio di tanti altri, ma perché credono nel valore della formazione e hanno deciso di scommettere sul contributo che ciascuno di loro può dare per aiutare a crescere una nuova generazione di ragazzi che ridiano fiducia e futuro al nostro paese”.

Sarebbe bello ma purtroppo io non vedo le condizioni per un così radicale cambiamento di pensiero e di atteggiamento.
A questo concorso non parteciperanno soltanto giovani neolaureati perché molti sono quelli che, laureati da anni, hanno magari svolto altri lavori precari (penso ai precari della ricerca e dell’università) e hanno fatto il primo TFA proprio perché speravano in un posto fisso prima o poi, per avere un lavoro meglio di un altro e soprattutto sicuro. Nel nuovo concorso si vogliono rivedere le regole diminuendo significativamente il valore dei titoli e dando maggior peso alle capacità pratiche come “tenere una lezione o affrontare situazioni concrete (?)”.
A mio avviso sarà una operazione difficile, poco efficace e passibile di molte critiche da parte degli interessati. La valutazione delle competenze e delle abilità non è cosa che si può sbrigare in un concorso ma va fatta seriamente, durante la formazione, istituendo percorsi formativi ad hoc.
Il concorso riuscirà a selezionare giovani preparati e competenti solo quando sarà l’ultimo step del nuovo percorso di formazione-abilitazione. Spero di sbagliarmi ma dubito che basti un triennio e che il concorso del 2020 sarà tale.

LA NUOVA ABILITAZIONE

Il percorso per accedere alla professione di insegnante viene completamente ridisegnato secondo criteri non nuovi ma a mio parere efficaci perché rispondono all’esigenza di fare in modo che la professione dell’insegnante sia intrapresa per scelta e non per ripiego. Si propone:

  • l’istituzione, nei corsi laurea di tutti gli ambiti disciplinari, di un biennio specialistico improntato alla didattica (si parla in modo generale di corsi di didattica,  pedagogia e materie mirate ai processi formativi)
  • il numero chiuso tarato sulla base del fabbisogno per questo indirizzo
  • un semestre di tirocinio post-lauream nelle scuole sotto la supervisione del docente mentor della scuola

Credo che questo punto sia di estrema importanza per la riqualificazione della scuola nel nostro paese e che queste brevi indicazioni non siano assolutamente sufficienti per definire correttamente e in modo efficace questo aspetto così basilare.
Inoltre, lavorando in università, sono estremamente preoccupata per come potrà essere gestita l’istituzione di questi bienni specialistici, quali criteri prevarranno e che tempi saranno necessari.

QUESTO E’ UN PUNTO A MIO AVVISO TUTTO DA SVILUPPARE E QUINDI E’ IMPORTANTE DISCUTERNE E FARE PROPOSTE CONCRTETE PER PROGETTARLO AL MEGLIO.

Alcune proposte che mi vengono in mente subito sono:

  • improntare tutto il biennio con la massima compenetrazione tra aspetti teorici e aspetti pratici invece di relegare la pratica ad un solo semestre post lauream e sotto la gestione di mentor che possono avere metodologie e metri di giudizio del tutto diversi tra loro.
  • Istituire percorsi che permettano lo sviluppo di competenze e non solo di conoscenze
  • Valutare l’acquisizione di competenze ed abilità invece che di semplici conoscenze (come purtroppo troppo spesso viene fatto ancora oggi in sede universitaria).

Spero nei vostri commenti per arricchire questo punto.

Post n. 3 “la Buona Scuola” Gli obiettivi dichiarati

Cominciamo dalla prima pagina. Devo dire che la pagina iniziale di questo Rapporto io la stamperei a caratteri cubitali e la affiggerei dappertutto: nelle scuole, nei posti di lavoro, sui mezzi pubblici, nei bar, nelle sale di aspetto, per permettere a tutti di leggerla e condividerla.

Per la prima volta un governo si prefigge degli obbiettivi educativi come

  • Sviluppo della curiosità
  • Sviluppo del pensiero critico
  • Stimolo della creatività
  • Incoraggiamento a fare le cose con le proprie mani

e li mette all’inizio del suo progetto per la scuola, a sostegno dell’affermazione che la scuola deve essere centrale per il paese. Non quindi un’affermazione vuota, uno slogan, ma un’affermazione “riempita” proprio da quegli obbiettivi formativi. La scuola è centrale per un paese se si prefigge e raggiunge quegli obbiettivi formativi. Perché questo significa “…dotarlo di un meccanismo permanente di innovazione, sviluppo, e qualità della democrazia.
Da qui la necessità di considerare la spesa per la scuola come “un investimento di tutto il paese su se stesso.”
Ed è fondamentale l’utilizzo della parola democrazia perché una scuola così non può che nascere all’interno di una democrazia e non può che promuovere la qualità della democrazia.

Non finirò mai di dire quanto sono d’accordo con queste affermazioni e quanto ritengo importante che, per la prima volta, questo sia un obbiettivo dichiarato a livello governativo.

Nelle pagine subito a seguire si mette in campo tutto ciò che serve per raggiungere gli obbiettivi, e si definiscono le azioni necessarie. L’impianto generale è molto complesso proprio perché, come ho evidenziato nel post precedente, l’impostazione giusta è quella che prevede di agire in sincronia su più versanti diversi. Ho provato a fare uno schema dove ho messo in giallo le cose che sono state individuate come necessarie per il miglioramento della scuola, in marrone le azioni necessarie sulle strutture, in rosa quelle sull’organizzazione, in azzurro quelle per la stabilità del personale ed in verde quelle che riguardano la formazione e la carriera dei docenti.

 schema obiettivi

Condivido praticamente tutto, tranne l’apporto di risorse da parte dei privati perché la scuola in cui credo io è e deve rimanere pubblica.

Siamo ancora agli enunciati comunque. Queste molteplici azioni vengono ulteriormente esplicitate nei capitoli successivi con modalità talvolta bene impostate e talvolta, a mio parere, addirittura inaccettabili (le modalità attuative proposte vanno ad inficiare completamente l’obbiettivo che si prefiggevano di raggiungere). Tante, tantissime cose rimangono ancora da definire in concreto come è giusto che sia in un rapporto che dice di essere un proposta ancora da discutere. Continua dunque ancor di più a lasciarmi perplessa questa ossessione per la tempistica ed il voler definire delle scadenze per cose ancora neppure concordate.

Post n.2 “La buona scuola” considerazioni generali

Annoto qui le mie considerazioni generali dopo una prima lettura del rapporto ed una prima visita al sito ad essa dedicato https://labuonascuola.gov.it/

 Cosa si dice della genesi di questo rapporto

Sul sito si dice :
“Tutto ciò che è proposto in questo Rapporto lo abbiamo studiato, vagliato, incubato negli ultimi mesi.”
Credo che questo sia il minimo che ci si possa aspettare per un Rapporto ufficiale reso pubblico dal Governo su un argomento così importante. Quindi in realtà si dice una cosa scontata.

Sul sito non si dice:

  • Da chi è composta l’equipe che ha redatto il progetto né quali sono le competenze dell’equipe
  • Se l’equipe si è avvalsa o meno dell’apporto di esperti nazionali o internazionali in materia di didattica ed educazione
  • Se l’equipe si è avvalsa o meno dell’apporto delle maggiori associazioni che operano nel campo della scuola, della didattica e dell’educazione

A parer mio in una operazione che nasce sotto l’egida della completa trasparenza queste informazioni sarebbero state importanti.

 Come si propone il dibattito su questo Rapporto

Sul sito si dice:
“Oggi lo offriamo perché sia oggetto di dibattito e confronto fino a novembre, nel quadro di quella che vogliamo diventi la più grande consultazione – trasparente, pubblica, diffusa, online e offline – che l’Italia abbia mai conosciuto finora.”
E si offrono varie modalità di intervento:

  • Si può rispondere ad un questionario predefinito suddiviso in 7 sezioni (6 seguono i capitoli del rapporto e l’ultima serve per i commenti
  • Si può inviare un commento rapido nel quale si possono inserire tre testi di 1000 caratteri rispettivamente su cosa si è apprezzato, cosa si critica e cosa ci sembra che manchi
  • Le organizzazioni possono partecipare inviando un documento (senza limiti di lunghezza) che viene reso scaricabile come pdf
  • Si possono segnalare sul sito dibattiti ed eventi organizzati a livello di scuole, associazioni, gruppi di cittadini, e si possono inserire le conclusioni del dibattito in modo stringato in termini di cosa è piaciuto, cosa non è piaciuto, nuove proposte/integrazioni e cosa manca. Queste conclusioni possono essere votate con un “mi piace” da chiunque
  • Si può partecipare a discussioni su singoli obiettivi sia con il “mi piace” che con commenti e gli obbiettivi possono essere proposti da chiunque previa autenticazione.

Tutto questo sforzo di organizzare la discussione è davvero importante e, a mia memoria è la prima volta che viene organizzata una cosa del genere da un governo in Italia. L’assunto che traspare da questa operazione è : “il governo pensa che la scuola sia di tutti e che tutti ne debbano discutere”. Vero, verissimo e sacrosanto: la scuola è un bene comune!

Navigando tra conclusioni di dibattiti, apporti delle associazioni, obiettivi di discussione proposti dai più svariati soggetti si rischia però di mettere sullo stesso piano il commento del nonno che porta a scuola il bambino e quello dell’autorevole esperto o docente innovatore. Del resto proprio questo sta scritto sul sito:
“Lo offriamo ai cittadini italiani: ai genitori e ai nonni che ogni mattina accompagnano i loro figli e nipoti a scuola; ai fratelli e alle sorelle maggiori che sono già all’università; a chi lavora nella scuola o a chi sogna di farlo un giorno; ai sindaci e a chi investe sul territorio. Lo offriamo a tutti gli innovatori d’Italia.”
Naturalmente la brevità richiesta, sia pur indispensabile per gestire una cosa del genere, non aiuta il lettore a focalizzare con chiarezza argomenti e posizioni.

Sul sito non si dice:

  • Quale sarà il criterio con il quale verrà vagliata tutta questa mole di proposte, con il criterio dei “mi piace”? Sulla base di chi le scrive? Sulla base dell’efficacia della proposta? Giudicata da chi e in base a cosa?
  • Quali saranno i tempi di tale lavoro (strano perché si danno tempi e scadenze per tutto)
  • Come saranno rese note le conclusioni e se ci sarà possibilità di replica da parte di chi ha partecipato

A parer mio in una operazione che nasce sotto l’egida della completa trasparenza queste informazioni sarebbero state importanti.

 

Considerazioni su forma e contenuti in generale

L’intero rapporto è scritto con un linguaggio propagandistico che indulge spesso allo slogan. Volendo arrivare a tutti è giusto non utilizzare troppi tecnicismi che potrebbero rendere la lettura complessa (ci sono comunque tante sigle ed anglicismi che alcune volte possono spiazzare). Tuttavia è proprio quest’aria di propaganda che disturba, non tanto perché la propaganda sia sempre e comunque deleteria, ma perché purtroppo noi italiani siamo abituati, nostro malgrado, a diffidare delle promesse e delle belle parole dietro alle quali troppo spesso si è celato il nulla. Per fare un esempio ad una frase come “ Questo piano straordinario non permetterà solo di risolvere per sempre il problema del precariato storico, ma soprattutto ci consentirà di dare stabilmente alle scuole tutti i docenti che oggi mancano all’appello” avrei preferito qualcosa del tipo “ questo piano straordinario diminuirà massicciamente il precariato storico e darà l’avvio ad una risoluzione concreta di questo annoso problema; inoltre consentirà di colmare in gran parte la carenza di docenti stabili a disposizione della scuola”. Sono portata a crederci di più.

Dal punto di vista dei contenuti è un rapporto veramente ambizioso che tocca tutte le problematiche fondamentali della scuola e quelle ad essa interconnesse, si propone tanti importanti e seri obbiettivi che nessun’altro governo precedente si era prefisso e, per raggiungerli, prevede una serie di azioni che possono essere classificate in:

  • Azioni strutturali
  • Azioni organizzative
  • Azioni sulla governance
  • Azioni sulla figura e sulla carriera del docente
  • Azioni sulle formazione pre e post-lauream del docente
  • Azioni sulla didattica e sulle metodologie educative
  • Azioni per l’apertura della scuola al territorio
  • Azioni per il reperimento di fondi

Quanto e cosa sia lodevole, accettabile, discutibile o improponibile di tutte queste azioni lo vedremo via via nei vari post, qui mi preme puntualizzare che questa non è una legge di riforma della scuola ma una base di partenza onnicomprensiva che serve ad impostare almeno sei o sette futuri progetti di legge inerenti i diversi ambiti che vengono toccati. E, sebbene complessa, credo che questa sia l’impostazione giusta: non si può agire sulla qualità della didattica se non si agisce sulla formazione dei docenti, non si può agire sulla formazione dei docenti se non si elimina la annosa carenza di personale che costringe i docenti a lavorare in condizioni di perenne “emergenza”, non si può parlare di didattica digitale né di razionalizzazione dell’organizzazione burocratica se non si cablano in maniera dignitosa le scuole e così via.
Sul sito infatti sta scritto : “Perché non esistono soluzioni semplici a problemi così complessi.”
Quindi ci si rende conto della complessità del macchinario che si vuole mettere in moto.

Quello che stride è che si pretenda di fare tutto ciò con tempistiche rapidissime, in capo a due o tre anni. Prendiamo ad esempio questo trafiletto a pag 67 del Rapporto che indica cosa deve essere in rete a partire dal 2015:

trafiletto pag 67

Il 2015 è tra 2 mesi, come fanno ad esempio le scuole ad aver già redatto il rapporto di autovalutazione? Quale legge dello stato sancisce la nascita del nucleo di valutazione e indica come suo compito quello di redigere il suddetto rapporto?

E inoltre: perché affermazioni del genere stanno in un rapporto che propone qualcosa che va ancora dibattuto e approvato? O il dibattito è l’ennesima farsa alla quale ci fanno partecipare per darci un contentino?

A parer mio una riforma così epocale e così fondamentale per il futuro del paese ha bisogno di tempi distesi e di gradualità, di essere fatta, come dice il governo “passo dopo passo” ma controllando di essere in posizione corretta con il passo precedente prima di fare il successivo e soprattutto stando attenti a non calpestare nessuno.

Post n. 1 Apriamo il dibattito

Ho deciso di aprire su questo blog una parentesi dedicata alla discussione del rapporto del governo Renzi “La buona scuola” che verte sulle condizioni della scuola italiana e sulle proposte per una sua radicale riforma. Utilizzo questo spazio per discutere con alcune persone attive nel Movimento di Cooperazione Educativa con le quali ho la fortuna di lavorare in questo periodo sull’argomento e per proporre ed aprire la discussione a chiunque sia interessato. I post andranno sotto la categoria “la buona scuola”.

Vorrei prima di tutto chiarire quale è l’approccio che ho deciso di seguire.

Io credo fermamente che una scuola di qualità, capace di formare cittadini attivi e consapevoli, pronti a partecipare alla vita democratica del paese, sia lo strumento essenziale per smettere di recedere e ricominciare a progredire, per salvare il nostro futuro e soprattutto quello dei nostri figli.

Per questo quando il governo ha reso pubbliche le sue proposte con il dossier “la buona scuola”, nonostante il titolo zuccheroso e l’utilizzo un po’ demagogico di un termine generico come  “buona” (sfido chiunque a volere una “cattiva” scuola), ho deciso che la posta in gioco era troppo grande per lasciarsi prendere dallo spirito ipercritico proprio del “popolo di sinistra”.

Qui stiamo parlando di quella che dovrebbe essere considerata la “madre di tutte le riforme” e perciò è fondamentale analizzare i contenuti con spirito critico ma scevro da qualunque pregiudizio, cercando di accogliere con favore ciò che è impostato correttamente e può portare ad un miglioramento della qualità della nostra scuola e criticando invece in modo argomentato ciò che non va nel senso del miglioramento. Infine prendendosi la responsabilità di proporre alternative valide e di sostenerle.

Con questo spirito ho letto le 136 pagine redatte dal governo cercando il più possibile di non leggere commenti e critiche che in questi giorni per fortuna si trovano copiosi in rete e sui giornali. Dico per fortuna perché penso che un dibattito ampio, aperto e approfondito su questi argomenti non possa che giovare al paese.

I prossimi post affronteranno uno ad uno gli argomenti del dossier e spero che questa mia intenzione di voler dire la mia senza tener conto, per il momento, di ciò che dicono gli altri non sia considerata come una presunzione ma come la volontà di contribuire nella maniera più “impegnata” possibile al dibattito.

E l’avventura continua….

Ebbene sì, continua. Un’altra insegnante, la prof. Grandis che lavora alla Scuola Città Pestalozzi a Firenze, mi ha invitata a fare lo stesso percorso che ho atto in classe di Irene anche nella sua classe: una prima media. A parte l’emozione e l’enorme nostalgia che mi ha provocato tornare nella scuola dove ho frequentato la prima e la seconda elementare e dove lavorava mio padre prima di diventare direttore didattico, l’esperienza in questa prima è stata davvero bella. Mi ha entusiasmato la loro capacità di ascolto, la loro curiosità, la loro proprietà di linguaggio, la pertinenza dei loro interventi. Ho sentito una partecipazione scevra da condizionamenti e non formale. Pensavo che essendo più piccoli avrebbero avuto maggior difficoltà a seguire ed invece è stato il contrario. Questo mi convince sempre più di quanto sia utile cominciare da subito a fare didattica in modo diverso da quello “classico”. Più tardi si comincia e più ci si trova di fronte a persone “condizionate ad una partecipazione passiva alla didattica “. Infatti in realtà è molto difficile proporre e far funzionare  a livello universitario e post-universitario un ambiente didattico fatto dalla partecipazione attiva e costruttiva dei discenti . Eppure una didattica costruttivista ed un ambiente interattivo di cooperazione e di scambio di conoscenze e competenze sarebbe particolarmente adeguato per l’alta formazione. Ne eleverebbe moltissimo la qualità. Ma il problema sono proprio loro, gli studenti. Sembrano ormai irreversibilmente programmati a ricevere e incamerare piuttosto che a discutere, incuriosirsi, dubitare, mettersi alla prova.

E’ vera la frase di Pietro Calamandrei
Trasformare i sudditi in cittadini è miracolo che solo la scuola può compiere.

Ed il compito della scuola è egregiamente definito dalla frase di Ernesto Codignola, fondatore nel 1945 di Scuola Città Pestalozzi
La scuola consegue tanto meglio il proprio scopo quanto più pone l’individuo in condizione di fare a meno di essa.